Breve riflessione sul futuro del Rock'n'Roll (dopo aver visto i Qotsa dal vivo)

June 27, 2018

Esiste una data che è un po' un punto di non ritorno per il rocknroll. Uno di quei momenti che spaccano in due la storia e che cambiano irrimediabilmente il corso degli eventi e tutto quello che verrà dopo. 

Il 28 dicembre 2015 muore Ian Fraser Kilmister, detto Lemmy. 

In quello che forse verrà ricordato come il momento più basso della storia della musica, Lemmy rappresentava la prova vivente di un passato fatto di birra, droga, sudore e badilate di rock'n'roll a volumi tendenti all'insopportabile. Un passato in cui la musica salvava questi personaggi mitologici dall'oblio e la loro musica salvava noi dalle nostre noiosissime vite

 

"Era una brava persona. Ogni giorno andavo a comprargli una dozzina di acidi. Me ne lasciava sempre un paio"

 

Così si riferisce a Jimi Hendrix ricordando quando a 15 anni lo seguiva in tour come rody. Prima di quella fatidica data avevamo tutti una certezza: qualunque cosa fosse successa, qualunque disco di merda ci avessero propinato in radio o qualsiasi band fossimo stati costretti a vedere come headliner a qualche festival, Lemmy era la a cantare con il microfono rivolto a Dio e urlarci in faccia

 

"WE ARE MOTORHEAD AND WE PLAY ROCK'N'ROLL" 

 

Così apriva ogni concerto riassumendo tutto quello di cui avevamo bisogno in una unica frase e per circa due ore il sudore sarebbe scorso a fiumi, i timpani si sarebbero irrimediabilmente danneggiati al suono distorto del suo basso suonato come una chitarra elettrica e tutti avremmo ancora una volta pensato "il rock'nroll non è morto...non ancora"

 

Poi è morto. E con lui ogni speranza. Almeno per me. Almeno fino a l'altra sera. Almeno fino a quando ho visto Josh Homme dal vivo a capo dei suoi Queens of the stone age.

Un muro di suono violento e prepotente, senza sosta, per una ora e mezza di concerto tiratissimo orchestrato da una band immensa il cui frontman è la rappresentazione perfetta dell'arroganza di chi oggi ha 40 anni e si ricorda di come erano gli anni 90, schifando il moderno panorama musicale. E' l'età della pietra del rock'n'roll che ci colpisce allo stomaco e che, inesorabile, continua a rotolare senza invecchiare mai.

 

Ed è meraviglioso.  

 

Sono fermamente convinto che Josh Homme posse raccogliere lo scettro di alfiere del Rock'n'roll che Lemmy ha lanciato in aria prima di morire davanti al suo videopoker preferito. Homme sale sul palco, ti guarda e senza dire una parola comincia a prenderti a schiaffi con i suoi riffoni gracchianti e se deve interagire col pubblico, gli offre della tequila. E' marcio, drogato e se ne fotte se a salire sul palco è un ragazzino o un uomo adulto di 100 kili: in ogni caso lo butterà violentemente giù trattandolo di merda. Quello è il suo fottuto palco e nessuno può starci sopra, se non lui.

 

E' irraggiungibile e per questo quando lo vedi provi un perverso desiderio di essere lui. 

 

Durante la giornata di festival hanno suonato altri gruppi. Alcuni storici come i The Offspring, ma quando sono saliti i Qotsa qualcosa è cambiato. Una energia diversa. Quell'energia sbagliata, da reietti, da sociopatici, da gente che va ai concerti perché sono una cura alla propria schizofrenia sociale e non necessariamente per ascoltare i pezzi che compongono la scaletta. E' quel senso di appartenenza, è il raduno di freaks che per una ora e mezza possono essere quello che sono veramente, possono picchiarsi, sudare, urlare e correre in cerchio come delle bestie sentendosi ancora una volta liberi. E' quella calamita che quando attacca il pezzo ti attira irrimediabilmente verso il palco, quella forza che ti fa saltare per una ora e mezza senza acqua e con 40 gradi all'ombra. E quando finisce, ti senti meglio. Ti senti vivo. Ti senti parte di qualcosa di incomprensibilmente enorme. 

 

E' il fottuto rock'n'roll. 

 

 

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