Non vedevo l'ora che finisse: la recensione di Hereditary

August 7, 2018

Oltre ad essere famosa per il caldo torrido, l'estate italiana si distingue per la pochezza cinematografica che durante i mesi bollenti invade le quasi deserte sale dei cinema. Sono i mesi in cui i produttori e distributori tappano i buchi liberandosi di quei film che vanno a vedere solo le persone sbagliate che odiano stare al sole "che tanto poi c'è il mare e ti rinfreschi". E' quel periodo dell'anno in cui le sale si riempiono di film horror. Nel 99% dei casi si parla di filmacci che solitamente, secondo la tenebrosa voce del trailer, hanno terrorizzato l'America. Remakes di vecchie glorie, tette, sangue a fiumi e qualche spiritello incazzato che vive in qualche soffitta malconcia.

 

Ma poi ogni manciata di anni, esattamente come gli anni bisestili, le eclissi o il nuovo disco dei Tool, tra fine luglio e fine agosto nei cinema arriva un film di cui nessuno parla (e lo capisci dai pochi teenagers in preda a limoni duri durante la proiezione - ma i pochi presenti comunque riescono a rompere le balle), un film che non sai bene se sia horror, o thriller, o forse nessuno dei due. Il classico film che ha vinto in tutti i festival del mondo tranne quelli che conosci tu.

E solitamente quel film è una BOMBA.

Nella città che non esiste, in una casa che non sembra poter esistere, in mezzo ad un bosco che se non esistesse sarebbe meglio, vive una famiglia che da li a breve non sarebbe più esistita. Una bambina abbastanza bruttina (deforme?) in pieno dramma adolescenziale con il piacevolissimo vizio di far schioccare la lingua; un fratello fattone che ha deciso di superare il dramma adolescenziale diventando un fattone; un padre psicologo e distaccato (o forse solo ingenuo) incapace di far valere la propria (unica?) ragione; una madre, instabile e nevrotica madre, che cerca in continuazione di tenere insieme i pezzi della sua famiglia ma non fa altro che farsi odiare sempre di più e una nonna il cui funerale apre il film e il cui passato nasconde non pochi sinistri segreti.

 

In questo meraviglioso quadretto, nei minuti iniziali del film viene seminato il fattore paranormale e le abitudini diaboliche che la nonna avrebbe abbracciato nella sua vita. Un libro dal criptico titolo "basi dell'occultismo" (o qualcosa di simile), ombre sinistre, apparizioni più o meno terrificanti.  E poi viene lasciato li. Viene lasciato a radicare nella nostra mente, mentre le immagini lasciano spazio al male vero. Quello reale. Quello famigliare.

Per certi versi Hereditary ricorda molto Amour, di quel equilibratissimo e super ottimista compagno di merende e regista Michael Haneke. Se mai vorrete affrontare l'argomento, sappiate che in circa due ore di film, Haneke vi prende per lo stomaco e vi trascina in un vortice di depressione mostrandovi come sarà la vostra vita coniugale a 70 anni, magari con una moglie o un marito malati e fuori di testa.

 

Delizioso.

 

Tornando all'opera prima di Ari Aster, quello che più stupisce è la rappresentazione del male, ripreso da vari punti di vista. Ecco quindi che la cornice sovrannaturale e demoniaca che ci accompagna per tutta la durata del film, diventa semplicemente uno dei tanti modi che il regista usa (saggiamente) per mettere in scena il concetto di male. Di cattivo. Di demoniaco nella sua traduzione più laica. 

 

Fin dalle prime battute abbiamo la sensazione che qualcosa non funzioni nel modo corretto, nel modo in cui siamo abituati noi a vivere la famiglia. Qualcosa ha oscurato i rapporti interni e inaridito i loro cuori. Il demonio quindi diventa la rappresentazione del buio periodo adolescenziale di una bambina incapace di socializzare con i propri compagni; di un fratello cresciuto col terrore della madre e rifugiatosi nella marijuana; di un padre psicologo che, esattamente come nel suo lavoro, prende con distacco e fastidiosa calma tutti gli evidenti problemi che circondano la sua famiglia. E infine c'è la madre. Il complesso personaggio di una madre interpretato da una magistrale Toni Collette, il cui volto sembra deformarsi durante la discesa all'inferi del suo personaggio. Un mamma vissuta nell'ombra della madre (scusate il gioco di parole), traumatizzata da una infanzia fatta di riti e incontri "strani", che soffre di sonnambulismo i cui effetti la portano a ricoprire di acqua ragia i propri figli e svegliarsi davanti a loro, zuppi, con un accendino in mano. Il tutto per cucire un rapporto tra madre e figlio deteriorato e basato sul rancore e il rifiuto che culmina in uno scontro verbale (violentissimo) durante una cena in famiglia.

E in tutto questo Ari Aster sembra godere, annullando qualunque tipo di empatia con i suoi personaggi attraverso una regia gelida e distaccata che non fa altro che raffreddare ulteriormente il brivido che sta risalendo la nostra spina dorsale. 

 

Hereditary non è un film horror. O per lo meno non nella sua concezione più comune e popolare, fatta di mostri, eroi e lieti fini. Hereditary è la visione cinica e goduriosa del male che si nasconde dietro la porta di casa. E' il buio oltre la siepe di sorrisi ai vicini e foto di famiglia incorniciate nell'oro.  Ed è questo che fa più male. Perché è tutto plausibile e la nostra mente non può fare a meno che avventurarsi in un paragone tra i protagonisti del film e le nostre allegre e spensierate famiglie insinuando il dubbio che, forse, un po' di male si nasconde anche dietro la porta di casa nostra. 

 

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