Finalmente ho visto un film sui sogni che finisce male

April 6, 2018

Tecnicamente il titolo dell'articolo è uno spoiler. Considerando però che "Il mistero di Donald C." è un film biografico, allora anche Wikipedia dovrebbe essere accusata di spoiler. Scagionato da ogni accusa, possiamo cominciare a parlare del film.

 

1968 - Donald C. (Colin Firth) è quello che si può definire un uomo comune. Ha una bella moglie (Rachel Weisz), tre figlie, i classici problemi che la vita riserva ad un uomo comune (i soldi) e ha delle passioni a cui spesso è costretto a rinunciare. Prima su tutte, il mare. Vorrebbe navigare in lungo e in largo ma la sua condizione di "uomo comune" lo obbliga a concretizzare i propri sogni in piccole invenzioni, come bussole o radar portatili per il mare, che useranno altri. Poi un giorno, il Sunday Times indice la  Golden Globe Race, una regata in solitaria senza soste intorno al mondo. E lui si iscrive.

 

E' il classico tema dell'uomo che per una vita ha zittito la sua parte più sognatrice in onore di una realtà fatta di cose più concrete e sentimenti omologati. Fino a qui ci viene raccontato quello che bene o male tutti un giorno vorremmo fare. Mollare la nostra vita e partire alla scoperta del mondo. Alla scoperta di noi stessi. Il ritmo incalza mentre accompagniamo Donald nella costruzione di una barca, alla ricerca degli sponsor e dai giornalisti che dovranno documentare la sua impresa. 

Ma poi arrivano i primi problemi, i costi aumentano e la partenza ritarda e con essa le probabilità di trovare condizioni metereologiche adeguate. La situazione precipita fino al giorno prima della messa in mare della barca.

 

Poi Donald parte lasciandosi alle spalle tutto. 

 

James Marsh, come già aveva fatto in "La teoria del tutto", non ci racconta le gesta eroiche di un uomo che decide di sfidare la natura, tanto meno cerca di invogliarci ad abbracciare i nostri sogni più selvaggi. Se nel film su Hawkins ci viene raccontata la forza e il dramma della moglie del celebre fisico,  la pellicola su Donald C. è una lenta ed inesorabile discesa nell'oblio di un uomo che non ha saputo valutare i propri limiti, ma non solo. Quella che ci viene raccontata è la storia di un uomo angosciato dalla semplicità della propria esistenza, se pur soddisfacente, e ossessionato dal desiderio di lasciare un ricordo indelebile nella storia. E l'unica via per raggiungere questo obbiettivo è andare oltre le proprie possibilità. 

 

In un passaggio inziale del film, Donald è ad una mostra nautica a presentare un aggeggio di sua invenzione utile alla navigazione in acque ostili come l'oceano del sud. Un giovane si dimostra interessato ma sul momento dell'acquisto dice "Preferisco navigare nelle acque nazionali". Questa affermazione traccia una netta separazione tra la realtà di tutti i giorni e gli impossibili sogni di Donald.

Il punto più interessante della storia di Donald C. è che lui probabilmente ha desiderato veramente di partire solo per qualche istante. Poi è semplicemente stato costretto. Inizialmente si è iscritto. Probabilmente per urlare al mondo, ma soprattutto a se stesso, "Posso farlo". Poi ha trovato i finanziamenti per la barca, ha trovato degli sponsor e dei giornalisti pronti a lucrare sulla sua utopica avventura, convinti che avrebbero raccontato al popolo, la storia di uno del popolo. Ed ecco che si accorge che non è all'altezza. Che è andato oltre. Ma non può tornare indietro. Deve partire e lasciare tutto. Quel lasciare tutto tanto affascinante quando ancora hai tutto, e così avvilente quando quel tutto si allontana dietro di te, e non sai quando lo riabbraccerai. Se lo riabbraccerai. 

 

La sensazione che si ha guardando il film è quella che abbiamo ogni qual volta un nuovo progetto comincia a stuzzicare la nostra immaginazione. Inizialmente siamo eccitati, sembra tutto plausibile, fattibile e spesso ci diciamo "come ho fatto a non pensarci prima?". Poi cominciamo a razionalizzare il progetto, a identificare i pro e i contro, a quantificarne gli sforzi e alla fine, il più delle volte, accantoniamo il progetto. Il momento in cui Donald parte, è il momento in cui solitamente si finisce di quantificare, di mettere sulla bilancia vantaggi e svantaggi e di fronte all'evidenza, lasciamo perdere. Fino a quel momento siamo con lui, siamo dalla sua parte ma quando la costa è ormai lontana, comincia a starci antipatico. Cominciamo a non capire più perché l'ha fatto. Ci dà quasi fastidio la sua ostentazione a proseguire.

 

Ed è un pugno nello stomaco. Perché li capiamo che nemmeno noi saremmo potuti partire e probabilmente non lo avremmo nemmeno mai fatto. E' quello il momento in cui torniamo coi piedi per terra e i nostri sogni più stravaganti tornano a essere semplicemente.. sogni. 

 

Di continuo fantastichiamo su quanto sarebbe incredibile fare questo, costruire quell'altro, lasciare quel posto, raggiungerne un altro. E finchè fantastichiamo, finchè immaginiamo, tutto funziona alla perfezione e anzi, quello che abbiamo sembra difettoso, di una taglia in meno rispetto alla nostra.  Ma è davvero giusto non accontentarsi mai? E' giusto cercare continuamente di andare oltre?  Probabilmente la risposta è si. Ce lo dimostrano le grandi menti della storia, ce lo dimostrano gli esploratori e i grandi narratori.  Ma forse ognuno all'interno di questo mondo ha il suo posto. 

 

E deve rispettarlo. 

  

 

 

 

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